08

tommaso colleoni
per rivedere
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c'era una volta un topo
 morto.
  
  
  
  
  
 me ne sto disteso a terra
 faccio il topo morto:
 non molto,
 in realtà.
  
 ma fisso il mondo, da topo,
 perché sono ancora
 lì, immobile,
 e non posso fare
 altrimenti.
  
 il mondo del topo, ormai, è fatto solo di 
 cielo,
 forse qualche fronda.
 ed è proprio il
 cielo
 che proietta
 un'ombra sul topo.
  
 il mondo del topo, ora, è fatto solo di 
 cielo,
 forse qualche fronda.
 e di un'
 ombra
 proiettata sull'occhio.
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nell'occhio del topo
 si riflette
 il mondo.
  
  
  
  
  
 da ombra lo
 vedo,
 guardo
 attraverso l'occhio
 del topo,
 lo attraverso.
  
 il riflesso
 dell'ombra ha di fronte a sé
 il mondo.
 alle sue spalle,
 l'ombra
 del mondo.
  
 uno: 
 ecco cosa osservo.
  
 e improvvisamente
 tutto
 è già accaduto,
 l'ombra è 
 anche riflesso
 di ombra;
 la verità
 non è
 vera
 e neanche falsa.
  
 nell'occhio del topo
 si riflette
 il mondo
 e quel mondo
 è il suo 
 riflesso.
  
 tanti:
 ecco cosa osservo.
  
 
 al riparo di una tettoia
 il riflesso
 dell'ombra, che abita
 il riflesso
 del mondo, 
 interloquisce con un
 albero. 
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siccome il tempo è uno e tanti, nel mondo, oggi è ieri e ieri è oggi, ciò che accade già è accaduto ma allo stesso modo deve ancora accadere: proprio per questo motivo l'ombra — appena uscita dall'occhio del topo, ma ancora desiderosa di avvicinarvisi per entrare — si accorge che l'occhio del topo è chiuso —  simultaneamente all'essere aperto — e che quindi non vi può più fare ritorno — benché possa. 
 è dentro insieme al suo riflesso, eppure è rimasta chiusa fuori.
 ormai si è fatta mattina — anche se il sole è tramontato da poche ore e gli astri sono nascosti dalle nuvole di un temporale — e la serata si è già conclusa — nonostante si debba ancora compiere: 
. 
 un albero
 è uguale
 a mille altri,
 eppure 
 è unico;
 sempre il solito
 albero,
 ma mille alberi 
 diversi.
  
 esseri antichi, gli alberi:
 chissà
 cosa direbbero
 se potessero
 parlare.
  
 ma possono! perché 
 essi 
 sono anche il loro
 stesso
 riflesso; tuttavia
 scelgono
 di non farlo
 poiché è più
 saggio,
 talvolta,
 mostrare piuttosto che
 spendersi in 
 vibrazioni
 inutili.
  
 una melodia
 non nasce 
 da alcuna
 parte
 eppure 
 la odo:
 si fa 
 mattina
 (o di nuovo
 sera)
 e questo 
 momento
 è accompagnato da
 un racconto.
.
 terminato il racconto, il riflesso torna ombra: la magia dell'alba riordina le cose e la vera forma dell'albero sbiadisce. l'ombra vede ciò che la circonda, ma non lo comprende a pieno e perciò non riesce a comunicarlo:  
.
 perciò ella ha ideato una macchina
 per dialogare
 con
 l'albero
 e ha pensato a una macchina
 per rivedere il topo
 e ha pensato a una macchina
 per rivedere il mondo
  
 e ho pensato
 per rivedere.
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queste sono alcune delle pagine ritrovate del diario di uno scienziato — o così almeno ho intuito — che, prima della sua scomparsa, stava studiando i meccanismi della mente.
nessuno ne conosce nome, né ha mai ritrovato il suo corpo: nel paesino poco più a valle, nessuno degli abitanti lo aveva perfino mai visto in volto. giravano storie riguardo alle sue attività — strane luci e musiche provenienti dalla cima della montagna facevano presagire che l'abitante della dimora fosse uscito di senno —, ma nessuna di queste fu mai verificata.
ed è proprio lì che le trovai, il 6 maggio di quell'anno, durante uno dei miei viaggi (amo viaggiare in luoghi freddi e sperduti) quando, dopo essermi perso in una fitta foresta, mi imbattei nella dimora disabitata di quest'uomo: attraversai la radura — lo ricordo bene — e subito dopo mi ritrovai ad aprire la porta di ingresso, come pervaso da un'inconscia curiosità.
quello che scoprii essere il suo studio era nel disordine più totale: su ogni mensola giacevano strani macchinari ormai impolverati e centinaia di carte si trovavano sparpagliate a terra, mentre diverse migliaia delle stesse erano impilate in un angolo (probabilmente si trattava di vecchi progetti, a giudicare da quanto fossero ingiallite). qualche foglio, infine, accompagnato da poche fotografie, poggiava su di un piccolo scrittoio.
decisi su due piedi di portare con me la piccola cartella di documenti, in modo da poterla consultare con calma: mi sentivo di aver profanato quel mausoleo e non mi entusiasmava granché l'idea che lo spirito dello scienziato mi grattasse i piedi mentre mi facevo gli affari suoi.
uscii di casa, dunque, e a metà della radura mi voltai per dare un'ultima occhiata a quel luogo surreale — casa, studio e probabilmente sepolcro di un individuo altrettanto misterioso —, ma quando lo feci l'edificio non era più lì. 
. 
 e fu così
 che rimasi
 solo
 con un
 pugno
 di fogli in mano
 senza senso
 poiché la
 chiave era
 svanita
 attraverso il mio
 occhio.
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tommaso colleoni, per rivedere, 2021.
testo; 5 fotografie; 9 disegni : pastello, matita, penna e pennarello ad alcol su carta 21 x 21 cm ca.