04

Claudia Coazzoli
L'orizzonte a Milano
.
.
.
Ho preso la bici da città.
Era solo un telaio e un paio di ruote malconce. Mio padre l’ha risistemata e me l’ha regalata la primavera scorsa. È un po’ un mezzo catorcio, ma tutto sommato va. Fa un rumore di ferraglia ogni due pedalate. Grgffffdlengdleng. Pedalata. Pedalata. Grgfffffffdlengdleng. Mi fa compagnia.
Sto andando verso la circonvalla. Da casa mia è già un bel pezzettino. In questo tragitto mi viene una punta di ansia e inizia quel patteggiamento involontario tra quella parte di me che vuole fare e si sente carica e quella pigra e spaventata che non vorrebbe mai muoversi. Le due Claudia vagliano le possibilità.
«Potremmo farne solo una parte?»
«Per carità, non avrebbe senso»
«Possiamo sentire Giulio e gli chiediamo di venire con noi?»
«Ma dai, hai bisogno di farlo da sola»
«Però lo rifacciamo un giorno con lui? È tutto più bello con lui, parla anche con i sassi»
«Va bene. Però devi smetterla con questa »
«Ok.»
«Ma se moriamo investite mentre sorpassiamo una macchina in doppia fila?»
«Vuol dire che in punto di morte penseremo al disagio che vivranno gli altri durante la prossima lezione»
«Che ridere»
«Già»
Poi arrivo in Maciachini e mi sento improvvisamente felice e leggera: ormai ho iniziato, non resta che seguire la strada. Ormai si va, quel che succederà succederà. È sempre la parte peggiore il prima. Prima degli esami, prima di un appuntamento, di un colloquio, di una visita. Non ho più paura e Milano è bellissima. C’è il sole, anche se il cielo è occupato da banchi di nuvole fini e vaporose che di tanto in tanto lo coprono. Però le piogge di questa settimana hanno lavato l’aria. Puzza meno del solito. Milano è bellissima. Sfilo con la bici tra il traffico e le case. Supero i semafori, le code, i pedoni. Che invenzione straordinaria la bicicletta. Ali ai piedi, seduti. Mi fermo a disegnare, ascolto. Il traffico, le voci in lontananza. Quando disegno il mio udito si espande. Il cervello, occupato a fare altro, lascia che l’orecchio capti tutto senza censure utilitaristiche. Che follia. Cercare l’orizzonte a Milano. A Milano il cielo è un’idea astratta. Qualcosa di cui ci si scorda. Solo quando c’è un bel tramonto lo fotografiamo e poi lo dimentichiamo di nuovo. Però voglio cercarlo. Oltre le case, stirando il collo e aguzzando la vista per guardare il profilo dei tetti. Già guardare in alto non è un atteggiamento molto milanese. A Milano si guarda per terra, attenti a non pestare una merda. Invece mi trovo qui, a gambe incrociate in un’aiuola a guardare per aria. Mi sento una privilegiata.
Continuo a pedalare in questa strada stracolma di auto. Il rombo assordante dei motorini. Le auto che sgasano all’unisono quando il semaforo da il verde. Ho preso sottogamba il traffico ammorbante di questa città. E mi sono scelta il percorso peggiore, da questo punto di vista. Però mi va bene. Giusto così. Milano è anche questa. E mi sento completamente assorbita e mangiata da questo caos. Ma la bici mi fa sfilare via. In piedi sulla sella. Il vento e lo smog mi sospingono più in là. Sono esattamente dall’altra parte di Milano. Qui la città non la so più. Non ho ricordi in queste strade. Non so dove sono le fontanelle, i posti tranquilli dove fermarsi. Mi sembra di essere in una città straniera. Mi sta salendo il mal di testa. Martellante, stancante. Mi torna l’ansia. Sono lontana da casa di parecchio, ormai. Mi sento stanchissima e confusa. Mi fermo a mangiare in un parco mai visto. È bello, anche se è il classico parco di Milano: erba bassissima pestata e poi ancora pestata. Pochi alberi. Tante persone che mangiano in silenzio, ognuna lontana dall’altra guardando dentro la schiscetta di pasta fredda e altre nefandezze. Sto in silenzio anche io, mangiando piano, sperando che il cibo attenui la spossatezza e il martello che continua a percuotermi il cranio. Quando accendo la sigaretta alla fine del pasto mi rassegno a cercare una farmacia.
.

.
Ho preso l’oki e mi sono fermata in un prato enorme vicino alla Bocconi. Sono circondata da ragazzi seduti in cerchio nell’erba che mangiano da sacchetti di carta di ristoranti bio. Accanto a me una coppia di ragazzi giovanissimi, tanto che per un attimo uno dei due mi sembra una ragazza, tanto sono delicati, quasi infantili, i suoi lineamenti. Li sbircio per un po’. Stanno sdraiati e si guardano negli occhi. Non esistono gli altri per loro due. Non esiste la città. Non esiste nulla all’infuori di loro due. Mi sta passando il mal di testa. Riparto. La città torna a essermi più familiare. Inizio a riconoscere le strade e i luoghi man mano che mi avvicino a casa, pur essendo ancora lontana. Mi fermo in piazzale Lodi. Entro in un cancello aperto. Da dietro una barriera di rete metallica riesco a vedere l’ex scalo ferroviario di Porta Romana. Uno spazio enorme e brullo su cui corrono infiniti binari. Oltre, le case. Le case di Milano. Tutte diverse, grattacieli e case di ringhiera, palazzi storici con profili barocchi affianco a casermoni dritti e spogli anni ‘80. Stili e colori ammassati senza soluzione di continuità. Rispecchiano l’eterogeneo ammasso di umanità che attraversa queste strade. Vicini, che si toccano e si influenzano senza volerlo. Mentre disegno la linea delle case oltre questa distesa di binari ripenso alle persone assurde che ho incontrato in questa città negli anni. Soprattutto quando vagavo con Giulio di notte, di ritorno da qualche jam session o da una serata con gli amici. Di notte restano in piedi i pochi milanesi a cui piace parlare.
Ricomincio a pedalare. Il resto della giornata fila via quasi non lo vivessi io. Mi ritrovo a constatarmi felice. Mi sento autorizzata a non pensare a nulla. A non preoccuparmi di niente. Ho raggiunto il Naviglio.
Mi mancava la città. Il caos che poche ore fa mi aveva creato un mal di testa da record ora mi fa sorridere. Mi diverte il coro di clacson quando il tizio davanti alla coda ritarda di mezzo secondo a partire. Mi sento parte di un tutto, che non domanda e non pretende. Sta lì e basta. Devi solo immergerti. Essere un pesce tra i pesci. Muto e felice. Libero. Ma protetto dalla moltitudine dei tuoi simili. Ormai sono tornata nella parte di Milano che sento mia. Passo vicino a luoghi così carichi di ricordi e di vita andata che sento una punta di nostalgia. La fermata dell’autobus che prendevo per andare dal mio primo ragazzo, dove una volta sono stata sorpresa da una grandinata pazzesca, con chicchi grandi come acini d’uva. Il bar dove andavo ad aspettare con i miei amici che uno di loro finisse il turno al ristornate lì affianco. Il parco dove ci trovavamo dopo scuola.
Mi fermo a disegnare uno degli ultimi orizzonti. Sono stanchissima. Ho comprato un pezzo di schiacciata untissima. Mangiare per strada, seduta per terra. Mi sembra di aver fatto solo questo per metà della mia vita.
Una volta in Stazione Centrale una sciura ha detto a me e a una mia amica che non è da signorine per bene mangiare per terra. La mia amica le ha sorriso. «Se vuole le possiamo offrire un pezzo di focaccia! Non deve essere una signorina per bene per tutta la vita!»
Ormai è l’ultimo tratto verso il Parco di Gae Aulenti. Lì mi aspetta Giulio. Poi ci raggiungerà Marco. Arrivo per prima al parco. È una delle zone nuove di Milano, moderna, scenografica. La piazza sopraelevata circondata da grattacieli vertiginosi e dall’altra parte i Giardini Verticali. Intorno gru e altri grattacieli in costruzione. La gente si fotografa con alle spalle queste tonnellate di vetro e cemento. Non amo in realtà la filosofia sottesa a questo luogo. Costruire. Sempre più in alto. Case sempre più moderne. Sempre meno accessibili. Tutto qui costa tantissimo. È quasi immorale il prezzo che si paga per un aperitivo in questa piazza. Mentre ovunque nel tessuto urbano di Milano vecchi edifici abbandonati vengono coperti dall’edera e diventano ruderi irrecuperabili. Si continua ad aggiungere senza mai curare ciò che si ha già. Milano però è così. Indaffarata a fare soldi per costruire luoghi dove fare altri soldi.
Finalmente arriva Giulio. Poi Marco. Tutti e tre in bici ci spostiamo a prendere qualcosa da mangiare. E delle birre a un prezzo normale dal nostro mini market di fiducia. La panettiera regala a Giulio un sacchetto di brioche salate invendute. E ci basta questo per essere felici. Arriviamo nella nostra solita piazza, poco distante dalla zona ultramoderna e luccicante dove ci siamo incontrati, eppure molto diversa. Piccola, raccolta tra dei palazzi d’epoca. È piena di persone. Rimaniamo per un attimo interdetti. Ma mentirei se dicessi che questa cosa non rende ancora più allegri. Ci mancava la folla. Guardarsi attorno e vedere altri esseri umani con cui puoi o non puoi metterti a parlare. Dipende da te. E poi succedono cose. Marco apre una birra e il tappo vola attraverso la piazza e arriva dritto addosso a una ragazza che sta festeggiando il compleanno. Ci mettiamo a ridere con lei, che ci rilancia il tappo. Siamo allegri. Giulio è cresciuto anche lui in periferia, non lontano da me. I suoi sono emigrati a Milano da Roma prima che lui nascesse.
Il suo quartiere era uno dei più poveri di Milano, allora. I suoi compagni delle medie sono diventati idraulici o spacciatori. Di tutto questo lui ha trattenuto la sfrontatezza e il cinismo. Di indole generosa, con una passione smodata per il cibo e con quella ironia spalmata su ogni aspetto dell’esistenza che sospetto si possa avere solo se le proprie origini affondano in qualche modo nella romanità. Senza la capacità di infiocchettare la propria vita e confezionarla ad hoc quando qualcuno ti chiede “che lavoro fai?” Marco, dall’altra parte, è il classico figlio della Milano bene. Padre banchiere separato dalla moglie in fissa con il Buddismo, bellissima casa, scuola Steineriana, gatto di razza. Ha una laurea magistrale in fisica e ora è professore in una scuola privata. Abiti semplici, stirati. Educato, con una voce bellissima e chiara. Una voce che tradisce una dolcezza inconsapevole, per questo speciale. A suo agio nelle situazioni formali, non credo abbia problemi a farsi il nodo alla cravatta. Si sono conosciuti al liceo e sono cresciuti insieme. Ho dato appuntamento a loro due proprio per questo. Nonostante la diversità, si  sono incontrati, riconosciuti, voluti bene. E ora si assomigliano. Entrambi suonano uno strumento e questa cosa li ha avvicinati e poi li ha tenuti uniti. Sono accomunati da quell’intelligenza che porta a non assumere mai nulla come un dato di fatto. Di tutto si può discutere. Hanno coltivato negli anni la stessa visione di come ci diverte. Basta una panchina, una birra, un amico. Parlare di tutto, a volte di niente. Poi ci si saluta e ognuno torna alla propria vita, apparentemente distante da quella dell’altro. Ma questo è quello che amo delle città. Mette insieme cose così diverse. Non so se riesco a spiegare cosa mi emoziona davvero. L’idea di comunità. Forse un’utopia.
Ci viene incontro il nostro amico delle rose. Mannaggia a me, il nome non lo ricorderò mai. Ci racconta di come funziona la scuola in Bangladesh, dopo aver scoperto che Marco é un prof. Ci parla dei suoi studi. Della sua città. Giulio gli chiede se i soldi che fa li tiene lui. E sì, pare siano solo suoi. Ci spiega che quando è venuto in Italia all’inizio lavorava nei campi, ma non gli piaceva stare sotto un padrone. Si è stufato e ha deciso, come dice lui, di mettersi in proprio. Gli chiediamo se questo lavoro gli piace. E lui ci sorride e dice che certo, gli piace. Ha tanti amici, ormai conosce mezza Milano. Da quando gira con le sue rose e i suoi accendini per le strade non si sente più un emarginato, ma una persona libera. Mi commuove questa cosa. Lo salutiamo. Beviamo l’ultima birra. Ci abbracciamo. Io e Giulio ci incamminiamo verso casa nostra e Marco verso la sua. Penso per un attimo che sarebbe bello vivere tutti insieme, in una grande casa.
Non doversi mai salutare.

.

.
.
.
Claudia Coazzoli, L'orizzonte a Milano, 2021.
9 disegni a grafite su carta da spolvero 21 x 29,7 cm. Testo con inserti di 85 fotografie digitali. 2 composizioni sonore basate su audioregistrazioni effettuate lungo la circonvallazione esterna di Milano: Milano vicino lontano, 3'23''; Milano mal di testa, 2' 23''. 1 fotografia istantanea polaroid rifotografata in digitale.

Grazie a Giulio Burratti e Marco Arrighetti.